videoart program

a cura di Lorenzo Bruni

Digital-Craft Journey

Eleni Kougioumoutzaki

Periplanisi, Apotipomata, Fygi (Vagabondaggio, Impronte, Partenza)

 

Accademia di Belle Arti di Bologna

2’19”

 

Periplanisi, Apotipomata, Fygi (vagabondaggio, impronte, partenza) invita a un viaggio senza una partenza ben precisa. La partenza (Fygi) può segnare l’inizio ma anche la fine, diventando così un cerchio virtuoso all’interno della memoria ma anche un presente in continuo divenire. In Apotipomata, il fulcro di questo viaggio, riaffiorano rappresentazioni inconsce che alludono al primordiale come impronte del tempo e dell’assenza tramite quale si afferma il presente. Le composizioni musicali sono improvvisazioni concepite in momenti casuali che, solo in un secondo momento, vanno ad accompagnare i video.

Gioia D’Ostilio

Accumulo Ritardo

 

Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia

4’36”

 

Accumulo Ritardo indaga la dimensione dell’irrisolto a partire dal paesaggio quotidiano del Minimetrò di Perugia, un’infrastruttura pensata per il movimento continuo ma attraversata da micro- sospensioni in cui la velocità ridotta dilata la durata percepita del viaggio.

Il materiale sonoro dell’opera è composto da registrazioni ambientali effettuate sul campo: rumori meccanici, vibrazioni e il suono dei binari vengono manipolati e spazializzati insieme a campioni vocali che riaffiorano come presenze fantasma. Frutto del progetto di tesi e finora presentato solo in ambito accademico, il lavoro si sviluppa come un’opera audio accompagnata da un video. La parte visiva segue la medesima logica compositiva del suono: l’obiettivo ha catturato azioni, dettagli e momenti minimi che di solito passano inosservati, rielaborandoli visivamente in dialogo con il flusso sonoro.

L’intreccio tra immagine e spazializzazione acustica sollecita il corpo del fruitore, trasformando la percezione automatica del trasporto urbano in un’esperienza di ascolto consapevole. Accumulo Ritardo non intende rappresentare il viaggio, ma rendere sensibile la tensione costante tra movimento e sospensione. L’ascolto si fa così strumento per interrogare la temporalità quotidiana, lasciando la condizione d’attesa aperta e priva di una risoluzione definitiva.

Massimiliano Mollame & Claudia Tossani

Peso Specifico

 

Accademia di Belle Arti di Catania

1’25”

 

L’opera indaga la nozione di abitare e di appartenenza nella contemporaneità, ridefinendo lo spazio domestico non come un’architettura statica, ma come dispositivo relazionale e portatile. La fermata dell’autobus lungo una strada desolata al crepuscolo diventa un non-luogo dove l’apertura della valigia innesca una risemantizzazione temporanea del suolo: una proiezione luminosa circoscrive un metro quadro intimo, ricreando i frammenti visivi e affettivi del focolare. L’attesa,

tradizionalmente vissuta come tempo sospeso si trasforma così in un atto di permanenza attiva. Nel momento in cui il mezzo arriva, la chiusura del bagaglio (catalizzatore di memoria e nucleo portatile della propria identità) spegne la stanza e ripristina la vuotezza circostante, sottolineando la natura nomade ed effimera del nostro sentirsi a casa.

Sofia De Francesch,

(S)confinamento

 

Accademia di Belle Arti di Firenze

2’58”

 

L’opera nasce da una riflessione sullo spazio detentivo e sulla condizione di isolamento, indagando il confine come elemento capace di condizionare non solo il corpo, ma anche la percezione. Un Betta splendens attraversa ripetutamente i margini dell’inquadratura, entrando e uscendo dal campo visivo. Sullo sfondo, un frammento della cella dell’ex Carcere Duro delle Murate di Firenze richiama uno spazio fisicamente delimitato, mentre il limite del frame introduce un ulteriore confine, immateriale e percettivo. L’animale sembra oltrepassare continuamente il limite dell’immagine, ma il suo movimento rimane inscritto all’interno di un sistema di confini che continua a determinarne il percorso. Il confinamento si sposta così dallo spazio fisico a quello dell’immagine, suggerendo una condizione in cui il limite può persistere anche oltre il recinto che lo ha originariamente imposto.

Shuhan He

Elsewhere 

 

NABA Nuova Accademia di Belle Arti

7’59”

 

Questo documentario autobiografico segue una giornata nella vita di uno studente cinese che vive da solo all’estero. All’interno di un piccolo appartamento, utilizza piattaforme di live streaming per connettersi con i clienti e offre servizi rituali online basati su pratiche daoiste cinesi come mezzo di sostentamento.

Attraverso incenso, talismani, un altare, gli schermi dei telefoni, i messaggi dei clienti, i suoni quotidiani e momenti di silenzio, il film presenta l’appartamento come diversi spazi allo stesso tempo: una casa, un luogo di lavoro, uno spazio rituale temporaneo e una finestra che lo connette al mondo esterno.

Piuttosto che spiegare la cultura rituale cinese o presentarla come qualcosa di misterioso o esotico, il film si concentra sull’esperienza personale di vivere all’estero: sul modo in cui un giovane diventa visibile attraverso internet, si affida a conoscenze culturali familiari per sopravvivere e si muove tra connessione e solitudine. Quando la diretta termina e lo schermo torna silenzioso, la stanza torna a essere nuovamente uno spazio privato. Il film osserva questa transizione e lo stato emotivo che permane dopo che la connessione con il mondo esterno viene meno.

Lorena Santamaria

Alcune cose durano tanto tempo 

 

Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

3’39”

 

Alcune cose durano tanto tempo è un video found footage che rielabora il materiale d’archivio della mia famiglia, ovvero le diapositive scattate da mio padre, Antonio Santamaria, durante la sua carriera come fotografo di bordo tra il 1995 e il 1998. Il progetto nasce dal ritrovamento di questo archivio e si ispira liberamente all’opera teatrale Krapp’s Last Tape di Samuel Beckett.

L’archivio diventa per il fotografo possibilità di incontro con un passato vissuto, per chi lo rilegge oggi diventa invece una combinazione nel presente di tracce passate. Il montaggio segue la tecnica della kinestasis, costruendo un movimento che non nasce dalla ripresa dal vivo ma dalle connessioni visive individuate tra le fotografie. Il sound design, curato da Filippo Giunnelli, lavora sulla stessa logica di ripetizione e ritorno, restituendo un’atmosfera sospesa tra nostalgia e serenità.

Veronica Buono

Il Velo 

 

Università IUAV di Venezia

8’00”

 

L’opera Il Velo nasce dall’esperienza di Ezio, fratello di una delle due artiste e un sub professionista, che durante un’immersione al largo di Genova perde conoscenza e rimane in coma per diversi giorni. Il video esplora il rapporto ambivalente con l’acqua: presenza affascinante, misteriosa e generatrice, ma anche forza naturale capace di sopraffare e distruggere.

Il coma diviene una “sosta temporanea”, una permanenza sospesa in uno spazio di passaggio tra vita e morte, coscienza e visione, memoria e sogno. In questa dimensione mentale Ezio entra nel territorio dell’acqua: una chiesa che assume la funzione simbolica di tempio, abitata da una figura femminile che personifica l’elemento. Il velo che la figura muove diviene lo strumento di un rito attraverso il quale l’acqua sembra decidere la sua sorte, scegliendo se trattenerlo nel proprio mondo o restituirlo alla vita.

Il montaggio intreccia materiali video provenienti dall’archivio personale di Ezio e riprese ex novo, dando forma a una dimensione intima e sospesa. A guidare la narrazione è il suo racconto in prima persona, affidato esclusivamente a didascalie testuali.

L’opera non ricostruisce l’incidente, ma attraversa una memoria frammentata e ciò che, di quell’esperienza, non può essere spiegato: il tempo opaco del coma e l’incontro con l’elemento che ha messo in pericolo la sua vita. Quel giorno il mare ha provato a tenerlo con sé; oltre il velo l’acqua ha scelto il suo destino e ancora oggi ne custodisce il segreto.

Simone Martinotta

Monade

 

Accademia di Belle Arti di Roma

2’42”

 

Monade si configura come un paesaggio sospeso, una zona di tensione in cui la stabilità della natura e la dimensione dionisiaca dell’umano coesistono senza risolversi in una sintesi definitiva. Non è un semplice passaggio tra stati opposti, ma uno spazio autonomo in cui essere e divenire si intrecciano e ogni forma rimane esposta alla possibilità della propria trasformazione.

In questa prospettiva, il frammento non è segno di un’assenza, ma principio generativo: una soglia da cui emergono nuove configurazioni. L’instabilità non rappresenta quindi una perdita di ordine, ma una condizione produttiva capace di generare equilibri sempre provvisori. L’ibridazione non consiste nella semplice giustapposizione di elementi differenti, ma nella formazione di una realtà ulteriore, definita da un sistema mobile e diffuso di relazioni, privo di gerarchie stabili, secondo il modello leibniziano della monade.

Ogni frammento diventa così un centro temporaneo di significato, capace di rimandare a una totalità mai compiuta, che prende forma attraverso l’esperienza dello spettatore. È nella fragilità e nella transitorietà di questo paesaggio lagunare che il senso può emergere: non come struttura definitiva, ma come evento momentaneo sulla superficie delle relazioni. L’instabilità diventa così apertura, possibilità continua di nuove configurazioni del vedere e del pensare.

Matteo Bonino

Cadavere squisito

Accademia Albertina di Belle Arti di Torino

5’10”

L’opera esplora la sessualizzazione del sintetico, la seduzione del non-vivo e la tensione tra desiderio e artificio. Il titolo, Cadavere squisito, evoca un corpo costruito per frammenti, una figura discontinua e perturbante in cui elementi eterogenei convivono senza mai trovare una piena ricomposizione. È la metafora di un desiderio contemporaneo che si forma attraverso accumuli di immagini, superfici e promesse, senza mai raggiungere una reale compiutezza.

Viviamo in un tempo in cui ciò che attrae non appartiene necessariamente al reale, ma è costruito per attrarre: una perfezione programmata, una promessa di piacere che rimane sospesa. L’attrazione diventa così ambigua, morbosa, inquietante; non offre contatto, ma una percezione di prossimità che resta impossibile. Il desiderio si rivolge verso immagini che seducono senza concedersi.

In questa dinamica emerge una tensione più profonda: il desiderio contemporaneo tende a consumare il proprio oggetto nel momento stesso in cui tenta di raggiungerlo, trasformando la seduzione in una forma di erosione. Il simulacro sembra piegarsi su sé stesso, divorare la propria promessa, generando un cannibalismo simbolico dell’artificio.

Il lavoro mantiene aperta questa contraddizione, trasformando lo spettatore in testimone di un desiderio simultaneamente reale e impossibile, invitante e distopico.

Asimenia Galani

Happy Days: inverse

 

Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia

6’14”

 

Ispirato a Happy Days di Samuel Beckett. È la storia che finisce per essere raccontata di nuovo, come un ultimo disperato tentativo. Con lo spegnersi di un respiro, con il silenzio di un urlo, con l’esaurimento delle voci che si affievoliscono nell’avvicinarsi della morte. Come un atto nel limite, un campanello d’allarme da parte di voci monotone che balbettano i frammenti delle loro vite. Mostra un’ultima possibilità di salvezza, un’ultima speranza di liberazione, se non è già troppo tardi. Ma mostra anche l’inutilità universale, una fine che attende in ogni inquadratura. Il sole che tramonta, l’oscurità che si avvicina, il filo che ha raggiunto il petto di Winnie e si sta arrampicando fino ad annegarla dentro e infine il fossile. Il fossile di qualcosa che una volta esisteva. Il ritorno letterale al nulla.